Mese: luglio 2013

Il mio amico Sergio


Sergio Piccolotto è un amico dei tempi andati ma tuttora presente in modo virtuale. Quando ha visto i miei ultimi lavori  NO TABu mi ha mandato queste considerazioni che io pubblico con molto piacere.
“L’origine du monde è un dipinto di Gustave Courbet del 1866. Esso rappresenta i genitali femminili con uno stile pittorico alquanto realista” (Wikipedia).
Alla fine del XIX secolo rappresentare con realismo l’invisibilità del sesso femminile rappresentava una potente spallata ai tabù consolidati.
La tradizione del nudo classico, in origine mirata a rappresentare il bello ideale, o l’atletismo come ideale  estetico maschile, ulteriormente raffinato dall’intellettualizzazione neoclassica, capace con Ingres di attutire il tono erotico persino nel rappresentare un harem, ben poco conservava di qualsiasi riferimento all’eros che non fosse solo mito.
Eppure, a distanza di secoli e di ribaltoni morali più o meno consapevoli, rappresentare la virilità come un totem estetico può essere in effetti ancora un balzo in avanti. O forse un ritorno ai monoliti propiziatori di una fertilità vissuta come dono e simbolo di vitalità. Ma il colore e la forma, quando sono anche la semplice materializzazione di una funzione che la natura realizza con una essenzialità sbalorditiva, possono ancora parlare al nostro istinto come una lingua che mal sopporta la forzosa traduzione di morale, filosofia o precetti.
E’ di nuovo, nella pittura di Monica Spicciani, una finestra in cui colore e rappresentazione non necessitano di alibi.
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Con le parole di Tristano (commento a "Tristano muore" di A.Tabucchi)


Sono arrivata in fondo a questo libro (e per fortuna oserei dire, visto che le ultime due pagine sono illuminanti)giusto perchè l’ha scritto Antonio Tabucchi, non me la sentivo di fargli un affronto abbandonandolo.
Questo monologo di un Tristano moribondo è pesante, logorroico, allucinato, caotico nel rimescolio di ricordi reali e sognati, difficoltoso da seguire per come è scritto (in questa narrazione mi ricorda molto Saramago)e per i vaneggiamenti dovuti alla morfina. Non c’è che dire: Bravo Tabucchi, hai reso perfettamente l’idea e sei riuscito a gettarci realmente accanto a quel capezzale.
Dopo questa premessa c’è comunque di positivo che ho incontrato dei concetti esposti così bene che solo quelli valevano la pena di aver letto questa storia. Ho trovato l’espressione di stati d’animo a me molto comuni ma per i quali non sono mai riuscita a trovare le parole giuste per farmi capire, per esprimerli. La paura della morte, quella che Tristano dice si provi una volta sola, è talmente ben esposta che ho sentito un tuffo allo stomaco riconoscendo immediatamente la sensazione e contraddicendo subito il narratore, no, c’è chi questa paura la prova molte volte anche durante la vita, non solo quando si arriva alla fine. Personalmente queste sensazioni le vivo da sempre, e non è che che il provare queste angosce mi fa da allenamento per soffrire meno quando si arriverà al dunque…no, è una sofferenza reiterata che nulla toglie a quella che verrà.
Ovviamente le citazioni saranno riferite proprio a questi passaggi che ho ritrovato così miei, così veri.
Finalmente ho trovato le parole per esprimere il mio sentire, e questo grazie al mio amato e faticoso Antonio Tabucchi.
“Mi riferivo alla sensazione di una nostalgia molto intensa, riprendeva Tristano…troppo intensa…devastante…ma non è propriamente nostalgia, è come uno struggimento spaventoso e astratto, perchè la nostalgia presuppone l’oggetto di cui si ha nostalgia, e per la verità non è che io abbia nostalgia delle immagini che all’improvviso si mettono a scorrere davanti ai miei occhi come una pellicola insomma non è propriamente nostalgia, è come una vaga inquietudine che diventa anche una forma di paura, però mescolata a un senso di assurdità, e dentro questo senso di assurdità c’è un terrore intenso che mi annienta e il mio corpo implode, sento un grande freddo, le mani e i piedi mi si gelano…”
” La vera paura è quando l’ora è fissata e sai che sarà inevitabile…è una strana paura, insolita, si prova solo una volta nella vita, e non si proverà mai più, è come una vertigine, come se si spalancasse una finestra sul niente, e lì il pensiero annega davvero, come se si annientasse. E’ questa la vera paura… Una bella morte…che sciocchezza, la morte non è mai bella, la morte è laida, sempre, è la negazione della vita…Dicono che la morte è un mistero, ma il fatto di essere esistito è un mistero maggiore, apparentemente è banale e invece è così misterioso…”