Riflessioni sul mio approdo all’astratto


Approdo temporaneo vorrei precisare, perchè non si sa domani cosa si farà o cosa si penserà… oggi è così.
“Donne in pezzi” è stato un lavoro liberatorio, mediante il quale ho tirato fuori tutta la mia calma e la mia pazienza, dando vita ad opere in cui la tecnica la faceva da padrona, anche se spero che l’anima dei soggetti e della sottoscritta venisse fuori. Questo poter mostrare la tecnica mi ha resa libera dal giudizio, mi ha fatto sentire che finalmente, una volta dimostrato il valore tecnico ( ma a chi poi?) avrei potuto fare qualsiasi cosa. E così, apparentemente da un momento all’altro sono uscite le “Esternazioni”, alcune pure altre impure (come le canaste sì!). Per Esternazioni pure intendo l’astratto vero e proprio, che non parte da nulla di reale, che non si rifà a niente di visto ma solo all’espressione interiore, al lasciare libera la mano sulla tela o la carta, libera di prendere i colori senza pensare a cosa fare con la testa ma usando solo l’istinto. Le esternazioni impure sono quelle in cui poi un po’ ho ragionato ed ho deciso “a tavolino” alcune cose, dove ho inserito dei particolari reali seppur stilizzati.
C’è chi midi dice che sono in una fase di cambiamento, di passaggio e che questo non è ciò che farò…ma è sempre  una fase di passaggio! Siamo sempre in divenire e anche se usiamo un medesimo soggetto  il dipinto non sarà mai uguale nel corso degli anni, a meno che uno non voglia fare volontariamente una continua ripetizione di se stesso all’infinito (ammesso che ci riesca).
da cosa giudico che un’opera è finita o meno adesso che non c’è più una tecnica, un volto da rifare? Le guardo semplicemente, se mi sento appagata vuol dire che l’opera è finita, ma me lo deve comunicare lei! Una cosa importante c’è però da imparare: fermarsi in tempo.
a volte una  vocina maligna ti dice “non puoi fare due righe soltanto, cosa diranno? chi darà valore a due semplici righe?” Ma devo imparare a zittirla quella vocina, il valore è dato dal lavoro di anni che ci sta dietro e dall’emozione che deve provocare in chi guarda, sia essa una sola riga. Devo imparare a cambiare il metro di giudizio di me stessa e dei miei lavori, l’arte non va chili e nemmeno a metri.
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